L’incubo

            "Che strana la mia vita. Ho dovuto constatare quanto sia brutto vedere crollare tutte quelle cose che in fondo ti facevano sentire meno solo. La cosa peggiore è essere soli ma non esserlo fisicamente. Non avere più fiducia. La paura distrugge ogni cosa, lentamente, ambiguamente. Non ti fidi più di nessuno, rifiuto totale.

La schizofrenia e la paranoia si contendono a morsi quel poco che rimane.

Eppure fino a poco tempo prima cercavi di vederci delle persone. Tentavi per convincerti, per convincere. Ora nel tonfo che ti rimane nel cervello capisci di avere perduto tutto: tu non hai più senso. Ma le persone non capiscono… continuano a parlare, a te non rimane che l’angoscia in cui ti hanno relegato. Ti dibatti in un incubo che non ha una fine ma che ha avuto un inizio. Tu non ci sei ma la gente continua a parlarti. Alcuni ti chiedono dove sei.

L’alienazione ti taglia le gambe, ti seziona il corpo. I pezzi del tuo corpo vagano su linee distanti nello spazio senza fine: paura. Ti chiedi quanto possa valere il tuo braccio, la tua testa.

Ormai non speri più neanche di uscirne vivo… ormai stai viaggiando nello spazio. I fantasmi e le tue fantasie paranoiche si dividono i resti della tua schizofrenia… Hai preso la lebbra, ora contagerai anche gli altri… Il mondo segna le orme sulla tua strada, delle orme gigantesche, poi c’è il mare del tuo presente: sei su una barca senza mangiare né bere. La follia ha fatto passi più grandi di te: è un coro che te lo dice, il coro dei deliranti. Ora sì ho bisogno di droga.

Agli incubi non bisogna dare fastidio."

   

[Claudio Ambrosi – Limoni Neri – Squilibri ed. 1978]



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