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“Il ’77, immagini” – intervista a Tano

 (Intervista di Francesco Piccioni a Tano D’Amico)

D. Come racconteresti con un’immagine, con una foto che hai davvero scattato o anche che non hai scattato, il tuo ’77?

Tano:  Il ’77 lo vedo con tante immagini, con tante facce, con tante espressioni di giovani, ragazzi e ragazze, che non esistono più. Io ho visto che le facce di quel periodo sono scomparse. Sono scomparse forse perché la faccia ognuno se la fa, con le domande che si pone, e quelle domande forse non esistono più,almeno formulate in quel modo. E non esistono più le facce del 1977…

D. Più vive?

Tano: Io non oso dire… Sono diverse, sono diverse. Quello che mi fa riflettere molto è perché le facce compaiano tutte quante insieme, e scompaiano tutte quante insieme. Ho visto che nel caso del '77 è vero che quelle facce è come se fossero scomparse tutte quante insieme. Esistono dei periodi della storia che mi interessano molto… per esempio i volti che Caravaggio ha dipinto sono scomparsi tutti quanti insieme.

   Erano degli amici che si volevano bene, che non si trovavano bene nel mondo come era, avevano delle grandi aspettative e tutti quanti sono proprio scomparsi in giovane età, cioè non molto vecchi, tutti quanti prima di compiere i quaranta anni, uomini e donne, sono scomparsi. Sono rimaste le facce, di Caravaggio.

  

 D. Con l’attività di “ladro d’immagini”, qualche volta ti si sono posti dei problemi, dei conflitti “di coscienza”, se pubblicare o non pubblicare delle foto in considerazione di quello che stava accadendo, del clima…?

Tano: Tantissime volte. Sempre. Quando cominciai i miei lavori per Lotta Continua e per Potere Operaio del lunedì, dovevo stare molto attento a fornire delle fotografie che non mandassero in carcere delle persone. Che non voleva dire non fare vedere delle persone che compiono reati,perché tutti i giorni si commettevano reati. Si commettevano reati perché c’erano delle istanze di cambiamento e quindi si incorreva spesso in piccoli reati, anche per attaccare dei tazebao, per opporsi a degli sgomberi. E dovevano essere quindi delle fotografie limpide, chiare. Io odio le immagini con le barrette sugli occhi. Quindi dovevano essere delle fotografie in cui si dovesse vedere in modo chiaro chi erano le vittime e chi i carnefici. 

E chiaramente è brutto mandare in carcere delle vittime. Infatti bisogna dire che pur vedendosi nelle mie immagini, anche quelle che ora si vedono, quelle di venticinque anni fa, delle immagini di persone che commettono reati, mai, mai una persona è stata portata davanti ai giudici per una immagine così. Qualche volta quelle immagini sono servite come prova a discolpa. Ecco, questo volevo dire, dovevano essere delle immagini molto ma molto cercate. In cui, anche in modo astratto, dalle linee, dai chiari, dagli scuri, come per esempio in teatro, sul palcoscenico, in un balletto ad esempio, si vede subito chi sono i cattivi e chi i buoni. E così nelle mie immagini si doveva vedere subito a chi doveva andare la simpatia dei lettori, degli spettatori. 

D. In questo caso la politica ti è servita anche come lezione di stile e soprattutto ti è servita per ricercare uno stile tutto tuo?

Tano: Devo dire senz’altro sì. Ma non la politica, l’umanità, l’amicizia. Il fatto di essere amici… Devo dire che anche nei luoghi comuni sulla fotografia si parla sempre di immagini rubate, di immagini prese di sorpresa, io devo dire che nel mio caso, e ringrazio tutti, si è trattato sempre di immagini regalate. Cioè che si voleva che fossero fatte. 

D. Nel caso della foto di Daddo, che adesso finalmente vediamo pubblicata, era una delle foto che erano state messe da parte?

Tano: Sì, ma è un caso molto marginale. Cioè, secondo me si può parlare di fatti, di avvenimenti, anche se manca qualche immagine. 

D. Io concordo sul fatto che non sia stata pubblicata allora, naturalmente. 

Tano: Sì. Ma grazie al cielo non c’erano sempre dei casi così. Ecco, quello che io volevo fare vedere, e mi era stato chiesto di fare delle fotografie in questo senso, era come ad alcuni ceti, ad alcuni gruppi di persone, nelle immagini che si vedevano, veniva sottratta l’immagine. Cioè, nelle immagini che si vedevano, degli occupanti di case, delle persone che vivevano nelle baracche, per esempio, si vedevano sempre dei volti di brutti, sporchi e cattivi. Gli veniva sottratta umanità, dignità, bellezza. Esattamente come si fa tuttora con i giovani in quanto tali oppure con le minoranze in quanto tali. E’ un gioco che continua tuttora, quello appunto di usare l’immagine per spingere le persone a vergognarsi della loro stessa vita, e di introiettare delle colpe, che non sono loro e che li spingono a vivere in un modo passivo. 

D. Allora di occupazioni delle case, a Roma in particolare, ce n’erano molte. La quantità delle occupazioni di case che c’è stata a Roma è assolutamente sproporzionata rispetto alle altre città d’Italia. Anche a Milano, Torino, non si sono mai verificate in queste dimensioni, si è sempre trattato di occupazioni di singole palazzine, da parte di gruppi politici; via Ribaldi, ecc. A Roma invece c’era proprio un movimento popolare. Come lo ricordi? Perché poi la cosa è stata lunga, dal ’68 fino a oltre gli anni ’80, quindi quasi venti anni di occupazioni di case. 

Tano: Ricordo delle notti molto molto buie, in cui mi veniva detto di trovarmi in un certo posto e poi venivo messo al buio e di fronte sentivo rumori, porte che venivano rotte, queste cose. Bisogna dire che in queste notti c’era sempre spazio per le immagini. Mi ricordo che con il flash potevo fare il giro degli appartamenti, delle stanze, aprire le porte e fare delle foto, e la mattina dopo vedere nelle foto scattate con il flash delle cose che non si potevano vedere al buio, vedere dei bambini che dormivano, delle famiglie intere che dormivano per terra, dei bambini che si svegliavano per il rumore della porta… Ecco, e le fotografie, questo volevo dire, anche se adesso a noi sembrerà strano, venivano cercate. Io venivo cercato, è stato un periodo molto bello della mia vita. Venivo cercato perché si volevano delle immagini diverse. Perché avevano visto su Lotta Continua, su Potere Operaio del lunedì, anche gli occupanti di case comparivano come delle belle persone, allora gli occupanti delle case volevano delle altre immagini.

D. Non volevano più essere dipinti come brutti sporchi e cattivi? 

Tano: No, no. 

D. E cosa ricordi della qualità della vita durante il ’77, all’interno del movimento? Si diceva: riprendiamoci la vita, cambiamo la qualità della nostra vita. Quei cambiamenti, che allora erano in corso, come sono sopravvissuti, se sono sopravvissuti? Per come poi hai continuato a seguire le vicende dei… diciamo, dei reietti. 

Tano: Delle minoranze. Purtroppo di minoranze. C’erano, ecco,quando parlavo delle facce, c’erano delle istanze di vita diversa. Era vero che si voleva vivere tutti quanti insieme, mangiare tutti quanti insieme. Adesso sono impensabili delle feste… Poi gli assessori che sono venuti dopo hanno copiato quelle feste. Quando un omosessuale bandiva una festa, cioè invitava tutti quanti, cinquantamila persone, sessantamila persone, ad una festa sui prati di Montalto di Castro,ad esempio, si andava tutti e c’era spazio per tutti, ma non solo per i giovani e per i belli. C’era spazio anche per i portatori di handicap, perché c’erano in mezzo a noi quelli che lavoravano con i portatori di handicap, e non erano assenteisti, quindi se li portavano, e c’erano insegnanti che portavano con sé i bambini, e c’era spazio per tutti, per i giovani, per i belli, per i brutti, per i portatori di handicap, c’era spazio per i pazzi, per i malati di mente. E secondo me solo nei periodi alti della civiltà esistono delle feste per tutti. Ecco, se tu ci fai caso, anche nella letteratura è raro trovare, sì, forse nella Comune di Parigi, ma soltanto nei periodi alti della civiltà è possibile trovare delle feste così, in cui c’è spazio per tutti. Per esempio, nei nostri anni, anche nelle feste che fanno i centri, per fasce orarie, in molti modi, eccetera, ci sono intere classi di persone che vengono escluse. Per esempio i bambini, per il fumo delle sigarette che c’è, per l’orario, per esempio le madri, le donne che lavorano, che non possono venire. In questo senso sì, il ’77 è rimasto uno dei momenti alti della mia esperienza. 

D. Perché nessuno doveva essere escluso, nessuno doveva essere “fuori”. 

Tano: Sì. Anche, per esempio, nelle lotte per scherzo che si facevano, di donne contro uomini. Chiaramente anche allora c’era la guerra, che è in corso sempre, di donne contro uomini. Ma è vero che lì era proprio fatta per scherzo e vincevano le donne. Sempre vincevano le donne. Che rompevano gli accerchiamenti degli uomini, ridendo, e circondavano gli uomini, da cui era partita questa offensiva e che rimanevano poi vittime delle donne. 

D. Vittime volontarie… 

Tano: Sì, ma fino a un certo punto. Gioiose vittime. 

D. Perché loro ci mettevano sempre più serietà di quanta non ce ne mettessero gli uomini… Senti, rispetto a tutte le definizioni che sono state date poi, o anche durante, del ’77, qual è la tua definizione di quel movimento? E’ stato definito come conflitto generazionale, come embrione di guerra civile, come movimento politico o come movimento contro la politica, come un’ondata di creatività, come contestazione contro la politica dei sacrifici, come movimento rivoluzionario di massa… Non per definirlo e concluderlo, ma quale lettura ne daresti, come lo ricordi? 

Tano: Io non lo so. Forse era un pezzettino di tutto quanto. Ma quando rifletto su quell’anno della mia vita e della vita degli altri, penso che doveva essere qualcosa di molto importante. Lo è stato, come ho detto, nella mia vita e lo è stato, anche amaramente, nella vita degli altri. Perché molte persone poi hanno sofferto tantissimo, venendo escluse,loro che non volevano escludere. Venendo escluse, vivendo per vent’anni nelle carceri. E altre per esempio si sono escluse dalla vita, penso alle persone che si sono uccise, anche. C’è una mia immagine, che ricordo e mi piace, che poi non è una mia immagine, è un’immagine degli altri, infatti è una foto di gruppo del '77: allora si vedono delle persone che hanno fatto carriera, delle persone che si sono tirate via dalla vita. Per esempio io avevo, e ho tuttora, un amico molto molto caro, che per mesi è stato quello che ha diretto il giornale in cui lavoravo in quegli anni, Lotta Continua, che ora fa il bidello in una scuola di Bologna, con la laurea in Lettere, tutto quanto… 

D. Lasciamo perdere gli altri redattori che fine hanno fatto… 

Tano: Che è come dire che si è tolto dalla vita. E mi raccontano che quando ci sono i bambini piccoli che fanno chiasso, che gridano, eccetera, lui  mette mano al violino, che suona molto ma molto bene, e si zittiscono i bambini. Ecco bisogna dire questo, io ricordo moltissime persone, intelligenze brillanti, dei grandi cuori, che quando hanno visto i loro amici morire, come è il caso di questo ragazzo, che era molto amico del compagno che è stato ucciso nella sua città,che è Bologna, si sono tolti via dalla vita. E’ come se si fossero tolti via dalla vita, per molti aspetti. 

D. Hanno rinunciato all’agire collettivo… 

Tano: Hanno rinunciato alla competitività, a tutto, e siccome questa vita, la vita che è venuta poi, è fatta di competizione ed è spietata, come vediamo… Vediamo quelli in mezzo a noi che hanno fatto carriera e hanno fatto carriera essendo spietati come gli altri. E vorrei dire che non mi scandalizza quando uno è spietato, o lecchino, ma lo è sempre stato. Io mi scandalizzo, rimango male, quando vedo qualcuno che ha vissuto con noi, quindi che ha visto il sangue dei propri amici per la strada, o anche degli altri, ha visto le altre facce della vita e dimentica tutto ciò per essere come gli altri. Ecco, questo fa un attimo senso. 

D. Una domanda sulla violenza del ‘77 devo fartela. Perché inevitabilmente è una delle caratteristiche salienti. Il movimento comincia con un compagno che rimane in coma per diverso tempo e altri compagni che rimangono feriti il giorno successivo. Per te i livelli di violenza che si sono manifestati in quell’anno erano stati imposti da alcune componenti, imposti dalla polizia, imposti dai fascisti (anche nel ’77, come sempre, comincia così), oppure imposti da una scelta di matti… Siccome c’è stata,quale è la tua interpretazione, di allora o di adesso, come vuoi tu, di come si sono sviluppate le cose? Come si è sviluppata la dinamica dello scontro violento? E dove vanno ricercate, secondo te, le responsabilità? 

Tano: Debbo citare delle pagine di un saggio, di un grande uomo di scienza, di un insegnante dell’Università, mi sembra di Milano, di Pavia anche. Questo qui scrisse un saggio, dimenticato, qualche anno fa, sull’uso della violenza dello Stato nel 1977. […] E qui devo dire delle cose, anche, delle cose che ho visto. Nel senso che proprio quando non capitava niente e il movimento metteva in piazza, per esempio le sue feste, metteva in piazza dei momenti altissimi di civiltà, e si mostrava capace di vivere per conto suo, di sperimentare dei modelli nuovi di vita, il giorno dopo capitava sempre qualche cosa, a riportarci su una strada che altri aveva fatto per noi. Su delle trappole che altri aveva teso per noi. 

D. Quindi solo come trappole. Perché il movimento risponde. Quindi in parte accetta la provocazione e accetta di rispondere… 

Tano: Avrebbe potuto fare delle altre cose. Se fossero mancate quelle sollecitazioni, nessuno di noi magari avrebbe pensato a certe… 

D. O perlomeno le cose non sarebbero andate così velocemente e così presto verso… E quindi a cosa attribuisci il fatto che il ’77 è un movimento che viene continuamente rimosso, non viene mai raccontato, nemmeno a livello della ricostruzione artistica. Se non per, diciamo, insulti postumi, come in alcuni film che sono francamente terribili? 

Tano: Io parlavo dei momenti alti della storia. Per esempio, tanto per fare dei paragoni, andando al 1520, alla grande rivolta dei contadini, pure questa è stata rimossa, poi, dai vincitori. E? stata rimossa in mille modi. Anche facendo scomparire dalle immagini l’umanità che alcuni artisti avevano dato… Quando parli della rimozione anche nelle arti, nelle lettere, questo è un caso esemplare: viene rimossa l’umanità, la bellezza, la dignità e la cultura dei contadini. 

Per esempio c’è Dürer,  il maggiore artista dell’epoca, che viene zittito,  c’è Grünewald,  che deve cambiare lavoro, scappare, e quando muore esercita il mestiere di idraulico. Era il pittore di cattedrali intere. Ecco, così è capitato anche al 1977. 

D. Per esempio, al ’68 questo non è accaduto. Il ’68 viene riletto, recuperato in gran parte, i suoi uomini vengono comunque accettati per quello che sono, molto spesso, mentre col ’77 tutto ciò non accade. Chiunque sia stato un esponente conosciuto, non diciamo “di punta”, del ’77, difficilmente ha fatto carriera. Anche se magari si è reso disponibilissimo a farla, però, tra quelli che erano conosciuti grandi carriere non ce ne sono state. Come vedi questa differenza, malgrado l’innegabile continuità, perché poi chi aveva 18 anni ne aveva 25-26 nel ’77? 

Tano: Oppure chi ne aveva 20 ne aveva 27 

D. Sono due destini, anche letterariamente, diversi. 

Tano: Infatti si è visto che moltissime persone che hanno fatto il ’68 non hanno poi fatto il ’77, no? Ora sono delle cose che possono essere brutte da dire, ma vedendo il ’68 nel mondo del cinema, nelle università, in cui c’erano i giovani che volevano, molte volte, solo i posti dei vecchi. E quando hanno ottenuto i posti dei vecchi, sono stati come dei vecchi. Infatti non si sono sporcati le mani con il ’77, quando c’erano delle istanze molto, ma molto, maggiori, delle istanze di vita, di reddito, ecco. Ma io metto il ’77 con la rivolta dei contadini. Non metterei il ’68 con la rivolta dei contadini del 1520-25. 

D. Quindi non abbiamo speranze di vedere artisti che si misurano su questo terreno? 

Tano: No, io spero che verranno. Come sono esistiti degli artisti che sono poi andati indietro a rivedere, e a fare in modo che non fosse dimenticata, la grande rivolta dei contadini, che portava degli ideali nuovi, come quello dell’uguaglianza, per cui tutti sono eguali davanti a Dio, che Cristo è morto per tutti, per l’Imperatore come per il garzone della sua stalla. Questo era uno slogan che loro usavano, gridavano spesso. E penso che sia vero.

 

[da “Una sparatoria tranquilla – Per una storia orale del ‘77” – Odradek edizioni 1997). 


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