Ivo Zini 

Sono da qualche tempo sempre più frequenti le azioni della destra eversiva a Roma. Molti sono firmate dai "NAR" ("Nuclei Armati Rivoluzionari"). La sigla non sottintende la presenza di un vero gruppo costituito, vuole piuttosto essere il contenitore per vecchi e nuovi fascisti più o meno vicini a organizzazioni gravitanti ai margini del MSI (come il FUAN). Il 19 settembre 1978 si registra l'ennesima "gesta" squadristica: nel quartiere di Monteverde Nuovo viene ferito un giovane militante della FGCI, Paolo Lanari. Nove giorni dopo la sigla NAR viene utilizzata nuovamente per rivendicare un attentato dal tragico epilogo:

E' sera, poco prima delle dieci. Davanti la sezione ancora aperta del PCI di via Appia Nuova, al quartiere Alberone, sostano tre ragazzi; stanno leggendo "L'Unità" che come ogni giorno viene affissa nell'apposita bacheca. In particolare stanno dando uno sguardo alla programmazione prevista nei cinema per quella sera. Il popolare e periferico quartiere non offre tante possibilità e spazi di svago per i giovani, così spesso il cinema rappresenta l'unica alternativa per trascorrere una serata con gli amici. I tre ragazzi presenti sono Vincenzo De Blasio, ventotto anni, Luciano Ludovisi, trent'anni e Ivo Zini, il più giovane, di venticinque anni. All'improvviso si avvicina un "Vespone" bianco da cui scendono due ragazzotti a volto coperto. Sono pochi gli istanti per capire quello che sta per accadere; Luciano accortosi che i due hanno un'arma, non ha neanche il tempo per avvisare gli amici che quelli esplodono quattro colpi di pistola. Questi rimane fortunatamente illeso ma Vincenzo e Ivo giacciono a terra. Da subito le condizioni di quest'ultimo, colpito al torace, sembrano gravissime. Accorre presto un ambulanza chiamata dai militanti che accorrono fuori dalla sezione; Ivo non ce la farà a raggiungere neanche l'ospedale S.Giovanni e morirà poco dopo a bordo dell'autoambulanza. Vincenzo, colpito alla gamba e al polso, è operato d'urgenza, se la caverà. Alle 23:00 circa i NAR rivendicheranno con una telefonata al "Messaggero" la paternità dell'attentato.

Ivo si era da poco laureato in scienze politiche; era come tanti altri in cerca di un lavoro che gli aprisse una prospettiva di vita migliore. Era simpatizzante del PCI, ma come tanti ne criticava le scelte.

L'attentato cade a poco meno di un anno da un altro tragico evento: l'omicidio di Walter Rossi; probabilmente ciò nelle farneticanti intenzioni dei suoi esecutori non era un caso. Si voleva ribadire e perpetuare la stessa campagna di odio. Ma la grande manifestazione con cui Roma rispondeva, ricordando Walter e Ivo, testimoniava la mobilitazione popolare per rafforzare, vigilare e isolare i criminali fascisti.

Gli esecutori materiali di quell'"azione" rimangono tutt'oggi ignoti. In una delle sue numerose dichiarazioni il "pentito" Cristiano Fioravanti si è professato totalmente estraneo agli eventi scagionando inoltre i "fondatori" della sigla NAR (Valerio Fioravanti e Alessandro Alibrandi su tutti). Secondo Cristiano Fioravanti gli esecutori sono probabilmente da ricercarsi tra i fascisti che frequentavano a quei tempi la sede del FUAN di via Siena 8. Durante la sua esistenza in esso sono confluite numerose sezioni del MSI come quelle della Montagnola, della Balduina, di via Noto e del rione Prati. Da quest'ultima proviene Mario Corsi detto "Marione" (attualmente popolare conduttore di una trasmissione radiofonica sulla A.S.Roma). Egli viene accusato nel 1984 per l'omicidio di Ivo nonché per gli omicidi di Fausto Tinelli e Lorenzo "Jaio" Jannucci (18 marzo 1978). Il 2 maggio 1985 Corsi riceve una condanna a nove anni per altri reati minori ma per il delitto Zini viene prosciolto per non aver commesso il fatto. Il 19 aprile c'è il secondo grado. In appello Corsi viene condannato a ventitre anni di carcere. Il 9 aprile 1987, la Cassazione dispone un nuovo processo che si conclude con la sua assoluzione. Nel 1989 la Cassazione ratifica e Corsi viene prosciolto in via definitiva. Da allora dei due esecutori di quel delitto non si saprà più nulla.

IVO ZINI: STORIA DI UN RAGAZZO UCCISO DAI FASCISTI

IL FRATELLO: "RICORDARE LA VERITA’ PUO' SERVIRE A CHI ALLORA NON ERA NEMMENO NATO" - "I GIOVANI NON SANNO NULLA DI IVO ZINI"

«Che morte assurda», aveva commentato un anno prima quando, il 30 settembre 1977, a Viale Medaglie d’Oro Walter Rossi era stato ucciso con un colpo alla nuca. Non poteva immaginare che da lì a un anno sarebbe toccato a lui, che nemmeno poteva definirsi un militante, morire ammazzato. Anzi: «Barbaramente assassinato dai fascisti», come recita la targa di marmo messa dai cittadini del quartiere Alberone sul muro della vecchia sezione del Pci di via Appia Nuova per ricordarlo. È lì che Ivo Zini fu ucciso a venticinque anni, davanti alla bacheca dove ancora adesso dai militanti più anziani viene affissa ogni mattina una copia murale de l’Unità.
Era il 28 settembre 1978. Ivo stava leggendo la pagina dei cinema.
«Quella sera la sua ragazza non si sentiva bene e Ivo non sapendo che fare si avvicinò alla bacheca della sezione dell’Alberone per leggere sull’Unità la pagina dei cinema», ricorda suo fratello Aldo, che oggi ha 57 anni. Ivo, l’ultimo di quattro figli, era più piccolo di lui di due anni: «Si era laureato a giugno in Scienze Politiche, aveva passato le nottate sulla macchina da scrivere che avevamo nel piccolo studio messo su da me e dall’altro fratello più grande», racconta Aldo. Quanto alla politica: «Ivo era un ragazzo di quegli anni, gli stavano a cuore i diritti civili, ma non era “impegnato”. Aveva già fatto un concorso per entrare in banca, un mese dopo la morte arrivò la notizia che lo aveva vinto».
Il marciapiede davanti ai lotti di case popolari, con la sezione del Pci da una parte e il comitato degli autonomi dall’altra, era un punto di ritrovo per i ragazzi del quartiere. E un bersaglio per i militanti della destra, attratti in zona dalle sezioni missine di via Noto e di via Siena. Ivo quella sera si era visto con Vincenzo De Blasio, 28 anni, e Luciano Ludovisi, 30 anni, iscritto alla cellula comunista dell’Alitalia. Erano insieme davanti alla bacheca della sezione quando all’improvviso si ferma un “vespone” bianco con due ragazzi che, a volto coperto, cominciano a sparare. Quattro colpi: quello mortale è per Ivo, raggiunto al petto, due sono per Vincenzo, ferito alla gamba e al polso, uno finisce sul muro, Luciano resta illeso. «La morte di Ivo per la città fu l’inizio del coprifuoco», racconta Aldo: «Quella volta avevano deciso di colpire a casaccio». La sera stessa l’agguato viene rivendicato dai Nuclei armati rivoluzionari con una telefonata al Messaggero. Il giorno dopo «giovani e lavoratori» scendono in piazza nel nome di «Ivo e Walter»: «Siano processati gli squadristi», recitavano gli striscioni.
Trent’anni dopo, nessuno è stato condannato per quelle due morti. Per l’omicidio di Walter Rossi il processo vero e proprio non è mai iniziato. Cristiano Fioravanti, arrestato per appartenenza ai Nar, ammise di avere in pugno una pistola, quel giorno ma attribuì l’omicidio ad Alessandro Alibrandi. E il procedimento, morto Alibrandi, fu archiviato. Per l’omicidio di Ivo Zini, Mario Corsi detto “Marione”, oggi voce giallo-rossa della curva e delle radio romane, condannato in appello a 23 anni, fu prosciolto dalla Cassazione nel 1989.
«La verità la sapevano tutti, ma il processo rimase su base indiziaria», si addolora Aldo, l’unico della famiglia che ha seguito ogni grado di giudizio. «Alla fine è stato un altro cucchiaino di fiele che ho dovuto mandare giù», ripete Aldo, che non può fare a meno di ripensare a Mario Amato «il giudice con le scarpe sfondate», un’altra vittima dei Nar: «Era stato lui ad istruire il maxi-processo sui Nar, in cui confluì anche l’omicidio di mio fratello, aveva ricostruito tutto, prima della strage di Bologna».
Adesso Aldo ha perso la fiducia anche di leggere la verità «nei dettagli» sui libri di storia. «Durante il processo si parlò di campi di addestramento, di P2, c’era qualcuno che armava questa gente, la verità è una ragnatela», ripete.
Trent’anni dopo, la famiglia di Ivo, lo ricorderà in privato. Cinque anni fa ci fu anche una commemorazione ufficiale. Quest’anno no. Ma i «compagni» dell’Alberone, oggi sezione in comune tra Pd e Sd, hanno appeso in bacheca accanto all’Unità di giornata anche le cronache del ‘78. E un cartello per ricordare il “30° anniversario”.
Aldo non sembra preoccuparsene troppo: «Però la memoria chissà forse serve a qualcosa, anche di fronte a questa strana ripresa di violenza, i giovani di oggi non sanno nulla…»



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