...e fu proprio

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E fu proprio grazie ad una critica serrata ed inappellabile della politica e delle forme della sua alienazione, tanto sul versante “estremistico”, extra-istituzionale («Via, via la falsa autonomia!»), quanto in quello parlamentaristico, della “vecchia” così come della “nuova sinistra” («Via, via la nuova polizia!»), che la Babele dei linguaggi e dei bisogni, per magico paradosso, si ricompose unitariamente in una selvaggia, dissacrante «risata». Ma la base materiale di quel soggetto collettivo, comunque, era ormai troppo indebolita per poter reggere lo scontro intrapreso contro di esso, dal capitale. Scontro in cui questo poté contare sull’alleanza organica dell’area dell’integrazione sociale, rifondata a “sinistra” con la “linea dell’Eur” sindacale ed il “compromesso storico” piccista, che investì tutto il suo peso politico-istituzionale contro quell’universo sociale che rappresentava la negazione operante di tutti i suoi principi di

autolegittimazione. 

Se spaccatura ci fu, profonda ed irreversibile, essa trovò il suo punto di forza nel saldo ancoraggio del movimento a quei “valori” del rifiuto del lavoro e della delega, insieme, che rappresentavano lo zoccolo duro della coscienza di un “altro” movimento operaio, nel cui alveo esso si autoidentificava: quello dell’insubordinazione,

dell’incompatibilità, dell’autonomia strategica rispetto alla razionalità del profitto ed alla mediazione politica con essa. Quello da sempre definitosi sul paradigma dell’autorganizzazione di base e che, nel ciclo più recente di lotte, si era sviluppato intorno alla composizione di classe dell’operaio-massa.

E proprio tale comparto operaio avrebbe potuto garantire una sorta di cerniera fra quei due universi coartatamente separati, su cui la società capitalistica intendeva andare a ricostituire i propri assetti per gli anni futuri. Da un lato, l’universo-fabbrica, ormai tendenzialmente normalizzato tramite una ristrutturazione tecnologica di portata epocale, laddove era (ed è) il capitale stesso a sviluppare una “cultura del soggetto”, il “pensiero unico” del bourgeois, l’individuo atomizzato “liberamente” veleggiante in un mercato ormai onnipervasivo ed egemonico rispetto ai luoghi della politica; l’utopia di parte borghese, cioè, di un “soggetto lavoratore” non più passivo oggetto inerte ed appendice riottosa delle macchine, bensì vivo segmento d’intelligenza asservita, soggetto produttivo organicamente ed attivamente incorporato nel sistema macchinico integrato che esprime l’odierna razionalità del capitale. 

Da un altro lato, l’universo degli “esuberanti”, dei refrattari, dei “non garantiti”, quell’area ormai strutturalmente estromessa dal rapporto di salario.

Qui fu giocata la menzogna del Pci, che tendeva a leggere come ineluttabile necessità di un’“economia sana”, ciò che rappresentava invece l’idea-forza di un progetto di ridefinizione globale dell’intero ciclo metropolitano della forza-lavoro. 

Progetto fondato sul paradigma di un uso di questa definitivamente libero da ogni vincolo di tutela giuridicoformale, ma rimesso completamente all’arbitrio di un capitale “padre-padrone” che, in nome del benessere della “famiglia-Italia” e di un “patto fra produttori” gestito con la “sinistra responsabile”, andava a decidere gli ambiti del “giusto profitto” e soprattutto di quel “giusto salario” che le esigenze di mercato di volta in volta concedevano, sulla pelle di un lavoro ormai disciplinatamente flessibilizzato.

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(Marco Melotti - Vis-a-Vis n.5 - 1997)



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