Nel ’72-’76… stragi senza responsabili.
[…] Se il ’68, e soprattutto il ’69, aveva modificato la situazione sociale e politica, il “nemico interno” s’incarica di tenere alta la febbre, di spossare l’organismo. Nel ’72-’76, accanto all’Italia in cui si sviluppano originali dinamiche della lotta di classe, nei confronti delle quali quelle politico-parlamentari cominciano a mostrare debiti di ossigeno, corre parallela quella delle stragi di Stato. In assenza di risposte sul piano politico, l’apparato statale, mutuato dal fascismo senza soluzioni di continuità né “epurazioni”, e in quanto tale preso sotto controllo direttamente dai corrispettivi organismi Usa, risponde ai movimenti con il più classico, vile, ottuso e criminale degli strumenti repressivi. Non la repressione diretta, ma la strage senza responsabili.
Il golpe cileno non innesca solo paranoie mistiche; spinge il Pci ad ipotizzare la convenienza e la praticabilità di un “compromesso storico” con l’avversario di sempre, sancendo così non solo e non tanto la propria sconfitta strategica, quanto la propria accettazione definitiva dell’esistente. Nel sindacato inizia a passare la “linea dei sacrifici”, tra resistenze fortissime sapientemente imbrigliate. I “gruppi” eredi del ’68, in grave crisi di identità, non trovano modo di farsi spazio proprio quando il vuoto si spalanca tra la classe in lotta e le sue storiche rappresentanze politico-sindacali.
[“Dall’inizio”; introduzione di “Una sparatoria tranquilla – Per una storia orale del ‘77” – Odradek edizioni 1997).