Nel ‘76

[…] Nel ’76 il Pci, erede involontario e senza merito di tutto il decennio precedente, si trova a capitalizzare elettoralmente volontà politiche in libera uscita, appoggi provvisori e diffidenti per mancanza di alternative politicamente credibili. Si sa, il successo elettorale viene scambiato, dalla dirigenza del Pci, per consenso ideologico e strategico; un consenso che si sarebbe rilevato indipendente dalla linea che poi sarebbe stata scelta per gestirlo.

C’era in realtà in atto un processo di autonomizzazione dalla politica “classica”, parlamentare e partitica; un processo – è il caso di dirlo subito – che attende ancora un interprete  e che certamente non trovò allora chi seppe dirigerlo. Il frutto del processo, l’autonomia reale, la capacità operaia e popolare di autorappresentarsi e autoorganizzarsi, si trovò al bivio: operare un salto di qualità e costituire soggettività politica alternativa, creare e occupare antagonisticamente lo spazio che si andava dilatando tra “la politica” e “il sociale”, oppure esser stritolata negli ingranaggi della ristrutturazione opponendo una resistenza spesso durissima ma dall’esito scontato. Oggi si può dire che questa autonomia reale si sgretolò tra vari tentativi di organizzazione. Quella che è passata alle cronache come l’autonomia organizzata è una galassia di microformazioni a base prevalentemente territoriale o aziendale che si è trovata a rappresentare, in una contingenza così difficile, reali esperienze autonome di classe.

 

[“Dall’inizio”; introduzione di “Una sparatoria tranquilla – Per una storia orale del ‘77” – Odradek edizioni 1997). 



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