Novità nelle indagini sull’assassinio rivendicato dai Nar di Valerio Verbano. Fatta ritrovare in un borsone una nuova schedatura dell’estrema destra romana aggiornata fino al 1982
Paolo Persichetti
Una versione più corta di questo articolo è apparsa
su Liberazione del
13 aprile 2011
Dopo
la riapparizione in un armadio dei carabinieri di una copia, non si sa bene
ancora se parziale o integrale, del vecchio dossier scomparso da decenni, un
nuovo colpo di scena interviene nell’inchiesta sulla morte di Valerio
Verbano, il giovane militante dell’Autonomia ucciso il 22 febbraio di 31
anni fa nella sua abitazione da un commando di suoi coetanei di fede
fascista, che si firmò con la sigla dei Nuclei armati rivoluzionari. Un
nuovo schedario sull’estrema destra romana è stato consegnato alla madre di
Valerio, dopo che dal suo blog, e su Facebook, il 24 marzo scorso aveva
lanciato un appello ai vecchi compagni del figlio: «Se avete della
documentazione, vi prego fatemela avere, è molto importante per le
indagini». Carla Verbano aggiungeva che avrebbe mantenuto il più stretto
riserbo su chi gliel’avrebbe fatta pervenire. E così, il primo aprile, un
giovane ha suonato al citofono di casa: «Signora le devo consegnare una
cosa». Il ragazzo è salito fino alla porta ed ha lasciato un grosso borsone:
«E’ per lei». Poi è subito sgusciato via. Che ci fossero in giro più
versioni dell’archivio Verbano era emerso dopo la pubblicazione sul
Corriere della sera e su Liberazione di alcuni estratti
presenti della copia del dossier depositato nell’attuale fascicolo delle
indagini. Proprio Liberazione aveva segnalato questa circostanza a
partire da un raffronto con altri documenti citati nel libro di Valerio
Lazzaretti, Valerio Verbano, ucciso da chi, come e perché, Odradek.
I carabinieri del Ros lo stavano cercando da giorni, una perquisizione era
stata condotta di recente in un box legato alla famiglia di un vecchio amico
di Valerio, morto nel frattempo. Nella borsa c’erano due grossi raccoglitori
e una rubrica marrone che all’interno, sulla prima pagina, riporta la
scritta «onore al compagno Valerio Verbano caduto sulla strada che porta al
comunismo». Il materiale risulta aggiornato fino al 1982. Un lavoro molto
pulito. Le singole schede, dei fogli A4, sono conservate in camice di
plastica e le note sono dattilografate in modo ordinato. La data è impressa
con un timbro. Gli aggiornamenti sono battuti con un’altra macchina, il che
lascia pensare che vi abbiano lavorato più persone in tempi diversi. Nessun
appunto è a mano. Un lavoro da veri professionisti. La sensazione è che si
tratti di un archivio nel quale sono confluiti differenti dossier sui
fascisti presenti sulla piazza romana, compreso quello meno ordinato che
venne sequestrato a Verbano. Altre infomazioni forse risalgono addirittura
alla madre di tutti gli schedari sui fascisti preparati dalla sinistra
extraparlamentare, quello sullo «squadrismo romano» realizzato da Lotta
continua nel lontano 1972. Ache se la prima schedatura su larga scala dei
militanti di destra – come ricorda Guido Panvini in, Ordine nero,
guerriglia rossa, Einaudi – fu elaborata dalla sezione “Problemi dello
Stato” del Pci, diretta da Ugo Pecchioli, mentre a destra, negli apparati
dello Stato o in aziende come la Fiat, l’attività di schedatura dei “rossi”
andava avanti fin dagli albori della Repubblica.
Alcune schede contengono informazioni con la dicitura: «Tratto dal lavoro
del compagno Valerio Verbano». Tono deferente che porta a ritenere questo
dossier successivo alla sua morte, messo in piedi per dare una risposta
risolutiva all’attivismo aggressivo dei neofascisti romani. I due
raccoglitori contengono dei sottofascicoli suddivisi per zone della
Capitale: Roma Est, Sud, Nord, Colle oppio, Monteverde, Eur, Centro,
Testaccio-Aventino, Paioli, piazza Tuscolo, piazza Bologna, piazza
Indipendenza. Nella rubrica un indice indica la presenza di nomi (circa 900
con relative zone di provenienza), numeri di targa e proprietari
corrispondenti, luoghi di ritrovo, storia e vita dei Nar, approfondimenti su
piazza Tuscolo, aggiornamenti sul quartiere Trieste relativi al periodo tra
il 1980-82.
Per
volere di Carla Verbano l’intero materiale è stato consegnato alla procura
dal legale, Flavio Rossi Albertini, che nel frattempo si è visto rifiutare
la richiesta di copia delle parti del vecchio dossier Verbano allegate nel
fascicolo, perché in questa fase sarebbero «ancora coperte da segreto
istruttorio» nonostante siano già filtrate all’esterno.
Questa mole di carte riemerse da un passato lontano almeno su un punto
cominciano a fare chiarezza: il dossier Verbano c’entra molto poco con la
sua morte. La dietrologia, le connessioni tra apparati e ambienti della
criminalità, più volte evocate negli anni passati, non trovano conferme se
non su aspetti già ampiamente noti. Sull’omicidio i carabinieri hanno una
ipotesi investigativa molto diversa dalla cortina fumogena di nomi e
ambienti apparsi sui media nelle scorse settimane. La pista imboccata da via
Inselci è quella della vendetta legata alla morte di Cecchetti. Le loro
indagini si concentrano attorno ad un gruppo di neofascisti che
frequentavano un noto locale di Talenti.
Ma c’è dell’altro, l’inchiesta sulla morte di Verbano rischia di
trasformarsi in una sorta di matrioska che al suo interno può riservare
altri sviluppi d’indagine, questa volta sul fronte opposto. Non a caso
nell’area dell’antagonismo romano cominciano a farsi strada, anche se con
notevole ritardo, le prime perplessità. C’è chi comincia a prendere
coscienza che “l’antifascismo giustizialista” – che ormai sembra aver preso
il sopravvento nella gestione politica del caso Verbano – non porti da
nessuna parte, se non al rischio di nuovi arresti a distanza di oltre 30
anni sulla base di indizi labili di persone distanti anni luce da quelle
vicende. La via penale per cercare la verità su quelle morti irrisolte
comincia a non essere più vista come la migliore delle soluzioni.
Rispunta il dossier Verbano!
Liberazione descrive le carte di Verbano riapparse da un archivio dei carabinieri. Si tratta di una parte del materiale sequestrato nell’abitazione di Valerio il 20 aprile di 31 anni fa. Prima scomparso dall’ufficio corpi di reato del tribunale di Roma, poi ritrasmesso in copia fotostatica dalla digos al giudice che indagava sul suo omicidio, infine definitivamente inviato al macero nel 1987. Quasi 400 pagine, tra cui l’agenda rossa del 1977 e la rubrica con i nomi dei militanti neofascisti. Il legale di Carla Verbano invoca trasparenza e chiede copia del dossier alla procura
di Giorgio Ferri e Nicola Macò , Liberazione 8 marzo 2011

Ci sono i voti del semestre appena concluso, l’orario delle lezioni, il testo della canzone di De André, Il bombarolo, e poi in stampatello sul frontespizio: «Portare l’attacco al cuore dello Stato», con una falce e martello e un mitra sovrapposti e sotto la sigla Ccr, collettivo comunista rivoluzionario quarta zona, composto dagli studenti del liceo scientifico Archimede. E’ la copia fotostatica dell’agenda rossa 1977, edita dalla Savelli, appartenente a Valerio Verbano, allora studente appena sedicenne, riemersa da un buio lungo 31 anni. Ai lati dei fogli la firma di Rina Zapelli, nome da ragazza di Carla Verbano, madre di Valerio, apposta al momento del sequestro la sera del 20 aprile 1979.
L’inchiesta sui fascisti
Tra le pagine che abbiamo potuto consultare, poco meno della metà dei 379
fogli che sembrano comporre quanto resta del “dossier Verbano”, ci sono
anche 41 fogli di una rubrica nei quali sono riportati circa 900 nomi di
attivisti di estrema destra corredati da indirizzi e in alcuni casi con
numero di telefono. Redatti tutti con la grafia di Verbano. Altri 16 fogli,
trascritti da più mani, riportano appunti, minute di schede, appartenenza
politica, piantine e altre informazioni, come alcuni luoghi di ritrovo
dell’estrema destra. Carla Verbano vi ha già riconosciuto quella di un amico
di Valerio deceduto nel frattempo. Un accurato lavoro di mappatura delle
diverse realtà del neofascismo romano dove lucide intuizioni e scoperte
anzitempo si sommano anche ad imprecisioni e approssimazioni notevoli.
Alcune schede collimano solo in parte con quelle riportate nel recente libro
di Valerio Lazzaretti, Valerio Verbano, ucciso da chi, come e perché,
Odradek 2011. Questa circostanza conferma quanto ricordato nei giorni scorsi
da Carla Verbano sulla esistenza di più versioni del dossier, «realizzato da
Valerio insieme ad altri sei o sette amici». La riprova sta proprio nel
libro di Lazzaretti che riporta uno schedario con circa 1200 nomi aggiornato
ad un periodo successivo alla morte di Verbano. Nel dossier “riapparso” in
una scheda numerata “002” si legge che Pierluigi Bragaglia, ex militante del
Fdg divenuto «gregario delle strutture collaterali dei Nar», ha 18 anni,
mentre nel documento citato da Lazzaretti gli anni salgono a 20 e il testo
della scheda, seppure quasi identico, vede l’ordine delle frasi spostato a
conferma del fatto che le informazioni salienti contenute nel “dossier”
erano patrimonio di un’area più larga che le ha conservate ed aggiornate nel
tempo.
E’ azzardato trarre delle conclusioni sulla base di una visione troppo
parziale della carte riemerse – secondo quanto sostenuto dal Corriere
della sera – da un archivio dei carabinieri a cui la procura ha
recentemente attribuito la delega per le nuove indagini sull’omicidio.
L’avvocato Flavio Rossi Albertini, legale di Carla Verbano, si è già rivolto
ai pm per avere copia del “dossier”. Le carte di Verbano rivestono ormai una
valenza storica ancor prima che giudiziaria. Il buco nero che per lunghi
decenni ha inghiottito le sue agende, rubriche e foto, consigliano oggi un
dovere di trasparenza assoluta, tanto più che eventuali sviluppi
dell’inchiesta si attendono dall’esame tecnico di altri reperti.

Gli elenchi distrutti
Quello che si legge nel verbale di sequestro del materiale trovato dalla
digos nella stanza di Valerio Verbano è un lungo elenco: l’agenda rossa che
fu il suo diario personale nel 1977, quaderni, decine di fogli sparsi,
fotocopie, ritagli di giornali, fotografie e una pistola. In tutto, ben
diciotto schedari pieni di documenti e altri sei di foto. Dopo il sequestro,
cominciano le ‘stranezze’. Tutto il materiale – spiega Marco Capoccetti
Boccia nel suo, Valerio Verbano, una ferita ancora aperta,
Castelvecchi 2011 – sarà tenuto in custodia dalla digos per una settimana
prima di essere consegnato all’ufficio corpi di reato del tribunale di Roma
per essere repertato e messo a disposizione del fascicolo processuale «Verbano
+ 4». Pochi giorni dopo la morte di Valerio i legali della famiglia ne
chiedono la restituzione. Si scopre così che l’originale del cosiddetto
“dossier” non è più al suo posto; è praticamente sparito. Il 27 febbraio
1980 il giudice istruttore Claudio D’Angelo, che si occupa dell’omicidio di
Valerio, constatata la scomparsa del dossier dall’ufficio corpi di reato
riceve dalla digos una «copia fotostatica della documentazione sequestrata
nell’abitazione di Verbano Valerio». Se ne evince che si tratta ancora di
una copia integrale ma Carla Verbano, che all’epoca poté visionare le carte,
sostiene che il materiale inviato dalla digos era «dimezzato» rispetto
all’originale. Nell’ottobre 1980, il giudice istruttore nega alla famiglia
la restituzione delle carte sequestrate, ormai presenti solo in copia,
perché ancora sottoposte a segreto istruttorio. Quattro anni dopo, l’11
aprile 1984, la corte d’appello che aveva giudicato Valerio ordina la
distruzione dei reperti, comprese le carte e le foto, nonostante queste
fossero state nuovamente repertate nell’inchiesta aperta per il suo
omicidio. In realtà, come documenta Capoccetti, l’effettiva distruzione
della copia fotostatica inviata dalla digos avverrà solo il 7 luglio 1987.
Da quel momento non c’è più traccia del dossier negli atti giudiziari. Per
ritrovarne copia Capoccetti ha scritto anche alla digos, ricevendo lo scorso
luglio un’evasiva risposta che tra le righe non smentisce affatto l’attuale
possesso di copia del «materiale oggetto di sequestro». Documentazione che
all’improvviso è riapparsa in mano ai carabinieri dopo la recente riapertura
dell’inchiesta. Si è detto anche che il dossier sarebbe passato nelle mani
del giudice Amato, ucciso mentre conduceva un’inchiesta contro Nar e Terza
posizione, ma sempre secondo quanto accertato da Capoccetti non c’è alcuna
traccia di protocollo che ne dia conferma. Questo trasmigrare, sparire e
ricomparire, dimagrire, per infine esser distrutto e poi riapparire in copia
fotostatica dove nessuno se lo aspetta, è senza dubbio una delle circostanze
più sconcertanti di tutta la vicenda.
L’agenda
rossa del 1977
Siamo
entrati nelle pagine del diario di Valerio del 1977 con un sentimento di
pudore. Ci sembrava di violare la sua intimità, i suoi segreti, quelli di un
adolescente cresciuto in fretta. In quegli anni si diventava adulti presto
travolti dalla forza di una corrente che insegnava come fosse possibile
cambiare il mondo. Valerio surfava veloce su quell’onda di rivolta che non
conosceva rassegnazione. Il suo era un coinvolgimento totale: almeno quattro
riunioni politiche a settimana, tra collettivi, comitato e assemblee, non
solo all’Archimede ma anche all’università. Annotava le manifestazioni e gli
scontri del periodo, le ricorrenze, l’uccisione dei militanti di sinistra,
da Francesco Lorusso ad Antonio Lo Muscio e Walter Rossi, insieme ai compiti
in classe, i pomeriggi al muretto con gli amici, gli incontri con le ragazze
e anche un «abbiamo giocato a nascondino» che fa sorridere. Tanti gli
slogan, roventi come la temperatura al suolo dell’epoca, ma anche una
battuta del tipo: «Atac: associazione telline aspiranti cozze». Meglio non
prendersi troppo sul serio. Il 4 marzo annota: «Mancia ripassa a scuola».
Angelo Mancia, conosciuto come Manciokan, fattorino del Secolo d’Italia,
era un noto picchiatore del quartiere. Venne ucciso per rappresaglia dalla
Volante rossa poche settimane dopo la morte di Valerio, anche se con il suo
assassinio non c’entrava nulla. Il 12 marzo sono appuntati gli scontri
durante la manifestazione nazionale per l’uccisione da parte di un
carabiniere di Francesco Lorusso e, qualche giorno dopo, il 15, la
discussione nel collettivo «sui fatti di sabato e le baiaffe». Facevano
discutere le pistole apparse durante il corteo e l’armeria presa d’assalto
il sabato precedente. Il 22 settembre Valerio annota la partenza per Bologna
dove partecipa, fino al 25, al convegno nazionale contro la repressione.
Dormirà a casa di una zia accompagnato dalla madre, ci racconta Capoccetti.
Il 15 novembre si legge «Vado all’Archimede, vengo aggredito». Quasi un
presagio.
